blog | Le mie annotazioni quotidiane



mercoledì, 18 novembre 2009
 
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GEORGES SIMENON, LE MEMORIE INTIME I SEGRETI DEL CUORE
IN LIBRERIA. Adeplhi pubblica la sua monumentale autobiografia apparsa nel 1981
Un diario torrenziale, impudico, provocatorio, giocoso e «maligno» ma, altrettanto, denso di dolore per il suicidio della figlia Mary-Jo, morta nel 1978
Georges Simenon (Liegi 1903-Losanna 1989)
Si leggono con animo triplice «Memorie intime» di Georges Simenon (pp.1220, euro 16, traduzione di Laura Frausin Guarino), pubblicate da Adelphi che, a partire dal 1985 sta curando l'edizione dell'opera omnia dello scrittore belga, nato a Liegi nel 1903 e morto a Losanna nel 1989. Sì, il sentimento del lettore si fa di pagina in pagina sempre più contrastante, da un lato commosso dall'addolorato monumento di tenerezza offerto da un padre alla memoria della figlia, d'altro canto percorso dal sospetto che l'autore abbia voluto instaurare una vendetta nei confronti della seconda ex moglie Denyse Ouimet, avvelenato al punto da non poter più nemmeno scrivere il suo nome per intero, abbreviandolo nell'iniziale D. La terza sensazione è quella che Simenon anche si compiaccia di mettere a nudo il suo passato, nel contempo tentando di placare il bruciante dolore e i sensi di colpa, poiché - ormai settantasettenne - nel 1981, dopo un silenzio che dura dal 1972, a tre anni dal suicidio della figlia Marie-Jo, si decide a dare alle stampe questi «Memoires intimes», quale lunga confessione dedicata alla sua figlia prediletta, ma soprattutto particolareggiato diario della sua vita, dentro cui il suo ego forte è il protagonista. Tuttavia, mantenendo una promessa fatta alla figlia perduta, affianca a queste sue memorie «Le livre de Marie-Jo» in cui raccoglie gli strazianti scritti della ragazza. All'uscita del libro, Denyse ottenne dai giudici la soppressione di alcune pagine, ripristinate nell'attuale edizione. Un fatto è comunque certo. Simenon racconta la propria storia come nessun altro avrebbe potuto, in maniera del tutto impudica, senza nulla nascondere di quella sua disinvolta ipersessualità, incurante di scandalizzare e sbalordire i benpensanti. Inizia la narrazione a partire dal suo trasferimento da Liegi a Parigi, intorno agli anni '20, quando comincia a scrivere i primi racconti che vengono pubblicati sotto vario "nom de plume". Quindi, proprio in Francia avverrà l'incontro con la prima moglie Régine Renchon, chiamata Tigy. Con lei viaggerà in Africa, Asia ed Europa, anche in chiatta e in cutter attraverso i canali navigabili, dalla Manica al Mediterraneo. Sarà proprio a bordo dell'Ostrogoth che nascerà il commissario Jules Maigret. Nel 1939 vedrà la luce Marc, il primogenito dell'autore. L'amore tra gli sposi si muta in pacifica convivenza, con trasferimenti in Canada e America dove avverrà l'incontro fatale con Denyse ("E dire che non avevo mai creduto al colpo di fulmine e che, non più tardi di quella mattina, al capezzale di Kisling, ridevo come un matto al racconto delle sue avventure!"). Più che fatale quell'incontro con la seconda moglie fu una catastrofe, poiché Simenon si ostinò a volerla salvare da sé stessa, dal suo sdoppiamento di personalità, dalla sua megalomania, dalle sue crudeltà con la figlia, dal suo mettersi scioccamente in competizione col marito. Nacquero due figli durante ancora lunghi viaggi degli sposi dalla Florida al Connecticut: John e Marie-Jo. L'ultimo figlio, Pierre, nascerà in Europa, all'inizio degli anni Cinquanta. La pazzia di Denyse, fuori e dentro dalle cliniche psichiatriche, ha raggiunto il suo acme. La vita di tutta la famiglia è un inferno. Questo non frena il volteggiare erotico di Simenon che - da sempre - ha convissuto con mogli e amanti, concedendosi anche amplessi visibili dalla controparte, eccessivo in tutto: sesso, ricchezza, viaggi, lusso, lussuria, alcol, producendo un certo imbarazzo in chi tanto lo ha amato e lo ama e ora è sconcertato dalla sua compulsiva personalità, nonché dall'ambiguo legame con l'amatissima figlia. Affamato di esperienze, non tollerava l'attesa che lo angosciava, facendolo sentire "sospeso nel tempo, nel vuoto". Impaziente, dovrà imparare ad esserlo, verso la fine dei suoi giorni, soprattutto dopo il suicidio di Marie-Jo. Tre compagne lo hanno affiancato, una ogni vent'anni circa. La terza è stata un raggio di sole nella sua scapigliata esistenza: Teresa, un po' madre, un po' infermiera, amante e sorella, capace di sorreggerlo e riappacificarlo con le insidie del destino.

Grazia Giordani
 
scritto da Gardenia | 22:41 | commenti (17) | Torna su
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domenica, 15 novembre 2009
 

Scoperte
Non si è mai finito di fare scoperte nel campo letterario. Noi, recensori di libri, riceviamo tali cataste di volumi da non avere tempo materiale per esaminarli tutti con la dovuta attenzione. E poi, non va dimenticato che la decisione ultima spetta al caporedattore che indirizza il nostro sguardo verso autori che gli stanno a cuore per qualche sua ragione, quindi può accadere che testi di raro interesse vadano ingiustamente ad impilarsi, coperti di polvere sui nostri rigurgitanti scaffali.
Questo è accaduto – uno fra i tanti – al Viaggio di Felicia di Wiliam Trevor – ricevuto lo scorso marzo 2009 – che ho , per così dire, riscoperto e che mi applicherò a leggere non appena possibile, sollecitata da L’amore, un’estate, ricevuto lo scorso ottobre, opera di un autore di tutto rispetto.
William Trevor merita più che mai la nostra attenzione (come il più conosciuto John Banville, di cui abbiamo altre volte parlato,anche lui candidato al Nobel), perché è il poeta degli sconfitti, il cantore delle vite perdute e degli impulsi fatali che sa descrivere con animo impassibile e nel contempo coinvolgendoci con un bisturi speciale che scava dentro il vissuto delle persone comuni, facendone scaturire un’insospettata ricchezza.
In questo suo ultimo romanzo che ho letteralmente divorato, per mio piacere, senza l'impegno della recensione, incontriamo un agricoltore di mezza età che vive tutto preso dalla sua campagna e dal suo gregge, dilaniato dai sensi di colpa per la morte della moglie e del figlioletto schiacciati sotto il suo trattore. In seconde nozze ha sposato una giovane orfana, assunta ad accudire la sua casa. Un matrimonio di garbata convenienza per entrambi, senza passione e senza amore. Ma l'amore è in agguato per Ellie, con insospettabili conseguenze finali.
Ridotto a questo frettoloso riassunto, il romanzo perde tutto il suo fascino dell'atmosfera che l'autore ha abilmente saputo creare, del ronzio di voci delle malelingue, delle descrizioni paesistiche di prosciugata poesia. Una lettura che mi ha indotta a cercare le altre opere di questo originale irlandese, uno dei tanti, che era sfuggito alla mia attenzione.
Guanda va pubblicandone l’opera omnia.
scritto da Gardenia | 10:44 | commenti (14) | Torna su
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mercoledì, 11 novembre 2009
 

Autunno
(Photo Alfredo Matacotta Cordella)
Non sempre l'autunno - questa bizzosa stagione di mezzo - è percosso da uragani o velato da sudari di nebbie. Può offrirci anche giornate di magica atmosfera come quella qui ritratta nella bella fotografia dai soffusi colori.
scritto da Gardenia | 22:59 | commenti (27) | Torna su
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lunedì, 09 novembre 2009
 


dal web Ponte Carlo

Jan Janáček
 
Erano diventati un’ossessione quei versi che le martellavano dentro come un réfrain irrinunciabile. Tempo addietro, aveva letto un racconto di E. Allan Poe – uno degli scrittori da lei maggiormente amati – in cui il protagonista ripeteva, in maniera malata, la stessa parola, fino ad annullarne il significato. Ora le stava accadendo lo stesso fenomeno con quei versi (Uomini che sopra oscuri ponti camminano/dinanzi a santi dai fiochi lumini./Nubi che sopra il cielo grigio passano/dinanzi alle chiese/dai campanili che imbrunano./Uno che al parapetto squadrato si appoggia/e guarda l’acqua serale/le mani su vecchie pietre.)
In quell’aprile strano, trafitto da nubi italiane frequenti e minacciose, Praga li aveva accolti in uno sfavillare di sole acceso, più mediterraneo che mai.
L’appuntamento con la guida era al Ponte Carlo. Dall’albergo, a quel luogo di tenebrosa bellezza, sarebbero dovuti arrivare in taxi, tanto ormai, nella capitale ceca sono in parecchi a conoscere la lingua di Dante che pronunciano regalandole una slava durezza.
Jan Janáček li aspettava appoggiato al parapetto.
Di media statura, si muoveva in maniera legnosa, con il gestire di una marionetta triste. L’azzurro metallico dei suoi occhi brillava dentro una raggiera di piccole increspature, segni precoci di un tempo per lui non ancora passato. La bocca era una linea netta, quasi una ferita rimarginata senza sanguinare, da cui usciva una voce aspra, vetrosa, inadatta a pronunciare l’italiano che – svisato così negli accenti e nelle doppie – prendeva una allure straniera, che sarebbe stata buffa e persino divertente, se non fosse stata pronunciata da un uomo tanto serioso.
Dopo l’autopresentazione un po’ goffa e tirata, recitò – ritenendoli più che mai adatti a quella fermata sul ponte – i versi che martellavano dentro a lei (diamole ora un nome di fantasia che potrebbe essere Anna, se così vi piace), prima in lingua ceca e poi tradotti in italiano.
«Chi è l’autore?» - chiese Anna che riteneva quasi miracolosa la coincidenza fra il suo ossessivo ritornello interiore e la citazione della guida.
«Kafka» - Rispose, laconico Jan.. Li ha scritti in una lettera del 9.11.1903 a Oskar Pollak.
Nessuno degli altri partecipanti al viaggio organizzato chiese nuove precisazioni. Più che altro sembravano interessati ai souvenir, venduti su quel ponte carico di storia e di arcana bellezza, tutti presi dallo scattare foto ricordo ai piedi delle statue patinate da un’inesorabile Storia.
La breve crociera sulla Moldava, attraversando la chiusa, scompigliò i riccioli delle anziane signore che – pavide – si riparavano con gli inutili parapioggia, come se il sole praghese potesse offendere una pelle già abbronzata dalla loro vita di campagnole.
Questo sottolineò la guida, lasciano Anna nella più completa indifferenza, come se viaggiasse per conto suo e fosse lì soltanto per caso. Spesso, nella vita, era toccata da questa casualità, un po’ come se fosse una diversa che viveva guardando il mondo altrui, senza appartenervi del tutto, invidiando forse un poco la semplicità del suo prossimo, accanto a lei.
***
Ora, in un flash improvviso, tornata in patria, ripensava a quel Viaggio – sì, proprio scritto con la lettera maiuscola – e in una strana dissolvenza, aveva l’illusoria visione di Jan Janáček che entrava in una statua sul ponte, perdendo, per incanto, la sua umanità.
Grazia Giordani
 
 
 
scritto da Gardenia | 10:11 | commenti (24) | Torna su
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sabato, 07 novembre 2009
 

 


Telemaco Signorini
L'Alzaia (particolare) 1864



Telemaco Signorini
Non potendo aspettare 1867


Vanno sempre più a gara fra loro le città venete nell’organizzare mostre d’arte di coinvolgente importanza. E Padova – in quest’ottica – occupa certamente un posto di rilievo, visto che può permettersi l’apertura contemporanea di due notevoli esposizioni, tenendo conto che dal 26 ottobre ha aperto i battenti Scultura Futurista 1909/1944 in Galleria Cavour, e che continua un folto concorso di pubblico a Palazzo Zabarella per l’esposizione antologica Telemaco Signorini e la pittura in Europa L’alto consenso riscosso dal pittore fiorentino e dal ventaglio d’artisti che gli fanno corona, nasce dal forte tema centrale, attorno cui sa prender vita un variopinto arazzo, fitto di coincidenze e di rimandi che inducono a spontanei confronti tra il nostro macchiaiolo per eccellenza e i suoi “confratelli” impressionisti, da Degas a Tissot, Descamps, Tryon, Corot, Courbet, Roussot. Ottime le scelte degli organizzatori della mostra, voluta dalle Fondazioni Bano e Antonveneta, che hanno saputo ben disporre nelle numerose sale dell’antico palazzo opere a stretto raffronto,  proprio perché gli estimatori d’arte potessero godere di istintivi paralleli, ad esempio, tra Alfred Stevens con il suo intimista “La lettura” del 1860 e la bella tela del Nostro “Non potendo aspettare” (1867), dove la lettura si fa scrittura di una lettera, vien fatto di pensare, da parte di una giovane innamorata. Il raffronto – per quanto concerne la pittura d’interni così suggestiva e densa di risvolti psicologici – si accende anche tra Tissot che ci presenta una dama contrita in “Lasciando il confessionale” (1865) e Signorini nel suo famoso “Aspettando”, concesso per la prima volta in esposizione da una delle maggiori collezioni private italiane, a quanto sembra, prima d’ora, molto gelosa di questo emblematico ritratto. “La sala delle agitate al San Bonifazio di Firenze”– che trattail dolente tema della follia -, troverà un appropriato richiamo nell’ “Absinthe” di Degas (prestato dal Museo d’Orsay, non unico dei prestiti, visto che abbiamo potuto ammirare anche opere provenienti dall’Hermitage pietroburghese). Volutamente, non ci soffermeremo a lungo sull’ “Alzaia” (1864), perla ed icona della mostra, poiché già i critici hanno profuso fiumi d’inchiostro, sull’opera rivoluzionaria per esiti cromatici potenti, per inusitato formato, nota per intrinseca e venale valenza da cui già – nella descrizione della fatica - si deduce l’attenzione di Signorini verso i temi sociali e la realtà degli umili., delle persone che non fanno storia.Il talento del nostro fiorentino non era nato per caso, dato che già in tenerissima età accompagnava suo padre, nella villa gentilizia di Anatolio Demidoff, impegnato a decorare il soffitto della preziosa sala principale. E nell’incipit dell’esposizione, vediamo, appunto, anche opere di Giovanni Signorini, più formali ed oleografiche di quelle del figlio, ideatore e poi estrosamente negatore di quella fatidica “macchia” che l’ha fatto essere artista europeo, viaggiatore in buona parte del mondo. Trasgressivo, spesso sarcastico, incurante delle invidiose frecciate, in contrasto con i suoi atteggiamenti di raffinato dandy, l’artista , non dipingerà mai gente dell’alta società, ma suoi modelli preferiti saranno il lattaio, le ricamatrici, le popolane, se non addirittura le prostitute, per cui vedasi Toilette del mattino che c’introduce nell’alba livida di un bordello fiorentino che tanto scandalizzòi benpensanti del tempo, ma che non fece desistere Toscanini dall’acquisto del dipinto, nonostante il disappunto della moglie, e ispirò Luchino Visconti in una scena del suo film “Senso”. Dotato di uno charme che travalica la bellezza, tombeur de femmes il macchiaiolo per eccellenza era anche cultore esagerato della giovinezza, tanto da convivere con l’adolescente Nene di cui vediamo l’emaciato ritratto di macilenta ragazzina. Deliziosi i “Bambini colti nel sonno”, angelici nel loro abbandono.Mentre ci aggiriamo nelle sale della mostra, comprensiva di tutte le maniere dell’artista che tanta fortuna di critica ebbe in vita,  sopraffatti da uno sciamare di distratti scolaretti, a stento tenuti a freno da severe insegnanti, ci vien fatto di pensare come e quanto avrebbero ispirato Signorini e stuzzicato la sua toscana ironia, completando la già esaustiva esposizione (aperta fino al 31 gennaio 2010 e forse prolungata oltre , visto il grande successo) con nuovi ritratti dal vivo,  provocatori e guizzanti, veri spicchi di reale vissuto.
Grazia Giordani

 
 
 

 

 

 
scritto da Gardenia | 09:52 | commenti (26) | Torna su
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giovedì, 05 novembre 2009
 
fortichiari.jpg
Nella foto: Valentina Fortichiari autrice di

Lezione di nuoto


In vacanza con un trasgressivo mito del Novecento
 
Deliziati dal gioco letterario tra verità e verosimiglianza, leggiamo tutto d’un fiato Lezione di nuoto (Guanda, pp.174, euro 13) di Valentina Fortichiari, milanese, da anni impegnata nel mondo dell’editoria della sua città. Proprio per questo suo impegno, i maliziosi potrebbero pensare che all’autrice sia stato agevole pubblicare e quindi ottenere il Premio Letterario Basilicata per la narrativa, ma questi malfidenti pensieri verranno subito cancellati, leggendo un romanzo tanto delicato e arioso che sa condurci in una luminosa Bretagna anni Venti in compagnia di Sidonie Gabrielle Colette (1873-1954), trasgressivo mito letterario del Novecento e del suo entourage preferito tra cui notiamo la sua segretaria Hélène Picard, il suo figliastro Bertrand e la piccola Bel-Gazou di cui la grande scrittrice francese non seppe essere madre nel senso tradizionale della parola.
Pregio della Fortichiari, tra l’altro, è quello di addolcire le asprezze di una donna vissuta al di là del bene e del male, esprimendosi con una grazia narrativa tale da alleviare ai nostri occhi di lettori le scabrose tendenze di una protagonista del mondo letterario e non solo, fin de siècle.
Non essendo un romanzo storico, ma uno spicchio di vita rielaborato e immaginato dalla penna di chi ha svolto attività agonistica come nuotatrice, le pagine della Fortichiari, confortate anche dall’attento studio di importanti biografie come quelle di Guy Ducrey e Judith Thurman – solo per citarne due fra tutte – sanno regalarci una verosimile tranche del vissuto di Colette, mescolata a verità, dal momento che i soprassalti del cuore e della carne della intemperante francese non esitarono nella realtà ad approdare all’incesto, previsto nel suo famoso romanzo Chéri e realmente vissuto col figliastro Bertrand.
Candidamente morbosa, la Colette della Fortichiari ci fa immergere in acqua col figliastro, iniziato all’amore da una matrigna divertente ammaliatrice anche di noi lettori come lo è stata leggendola nel suo pruriginoso ciclo delle Claudine , quando ci ha fatto “entrare nei più inconfessati segreti della carne” – come di lei ha scritto Proust..
Sentiamo, in questa nostra lettura, il profumo del mare, la magia delle bracciate tra le onde, la voluttà amorosa che si fonde e confonde con quella del piacere per il nuoto.
Pregio notevole del romanzo, inoltre,  a nostro avviso - al di là dell'eleganza lessicale -, è l’aver saputo ricostruire il circolo intellettuale di una delle più importanti penne al femminile, per cui attorno alla protagonista vediamo palpitare una miriade di nomi noti di scrittori del suo tempo, tanto che – per associazione d’idee - ci vien fatto di pensare al Circolo di Bloomsbury di woolfiana memoria, anche se là eravamo nell’algida Inghilterra e qui, invece, in una Bretagna fulgente di luce, coinvolti dall’incanto di una vacanza dove tutto è possibile, persino giustificare sentimenti aberranti, perché la Fortichiari è dotata – scrivendone – di una levitas che sa farci dimenticare anche considerazioni moralistiche.
Grazia Giordani
scritto da Gardenia | 14:47 | commenti (20) | Torna su
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giovedì, 29 ottobre 2009
 

Epilogo

(seguito da "L'eco della montagna", "Helga", "Carlo", "Riflessioni""Dolore.)

immagini dal web

La vita di Helga riprese a scorrere nel suo solito tran-tran.
Lezioni ai suoi allievi; passeggiate in città, qualche concerto o spettacolo teatrale, molte letture; fine settimana sereni nel cottage in montagna con piacevole frequentazione dei suoi vicini che le divennero, nel tempo, sempre più amici.
Aveva rinunciato a un’esistenza in technicolor, ora si contentava di vivere in bianco-nero. Aveva i suoi ricordi. Ripensava, talvolta, alla sua infanzia protetta dall’ affetto dei suoi; agli anni di studio proficui; alle soddisfazioni nel lavoro, ma non le era mai accaduto nulla di veramente forte. Anche l’abbandono di Sandro e la deluse aspettative nei confronti di Carlo non le avevano poi cambiato l’esistenza. La vita le era scivolata addosso, senza scalfirla, incapace di scrivere sulla sua pelle disegni indelebili, decisi.
Niente di veramente determinante l’aveva scossa nel profondo.
Per lei non c’erano mai stati uragani, ma solo piogge, anche forti, che lavano magari, ma non distruggono.
Certo, non avrebbe voluto soffrire la sorte di Fatma, sfigurata, per infedeltà e cacciata dal marito e dai suoi, dopo aver perso la sua bellezza, ripudiata da tutta la sua gente e ancora così piena di nostalgia per quella casa lambita dal Tigri, immersa in profumati giardini. Eppure, quella giovane irachena, anche se così ferita nel corpo e nei sentimenti, aveva avuto una vita più piena della sua ed era riuscita, anche se così massacrata dal vetriolo, a conquistare Carlo.
«Può essere più seducente una donna deforme, ma con un cuore vivo, un sangue capace di passione, di una dona come me, tutta intera, ma incolore, sempre uguale a se stessa, monotona agli occhi del mondo, destinata all’anonimato.»
Distratta da questi pensieri, non vide un auto che sbucava a tutta velocità dal lato opposto della strada.
Fu uno schianto improvviso e definitivo.
L’unico fatto eclatante che le era accaduto, non le fu mai dato saperlo.
Grazia Giordani
 
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mercoledì, 28 ottobre 2009
 

Dolore
(seguito da "L'eco della montagna", "Helga", "Carlo", Fatma")
immagini dal web

Riprese l’abitudine delle lunghe passeggiate nei boschi, per Helga e Carlo.
Venne la stagione delle dalie. Ne raccolsero fasci, attenti a non sciupare le piantine, rispettosi di quel lussureggiante patrimonio naturale, così come non coglievano mai funghi più di quanti ne avrebbero consumati nei loro appetitosi pranzetti.
Fatma non li accompagnava mai, si spingeva solo fino ai bordi del prato, timorosa sempre di essere vista; in presenza dell’amica non si era mai tolta la maschera. Finora, della giovane irachena Helga conosceva soltanto quel poco che le aveva raccontato l’amico.
Fu proprio in un tepido pomeriggio di settembre, uno di quelli in cui una foschia dolce vela il lago lontano, e si comincia a sentire una premonizione autunnale, che Fatma sentì il bisogno di rivelarle il suo passato, parlando a sussurri, con voce rotta, un po’ come se si rivelasse a se stessa.
«Bagdad, prima della guerra, soprattutto nella sua parte antica, era una città magica, piena d’incanto. Abitavamo in una bella casa lungo il Tigri, non lontana da quella della mia famiglia d’origine. Avevo un giardino folto di piante; il profumo dei miei gelsomini era così inebriante, che lo avverto ancora in sogno.
Avevo sposato – giovanissima - con nozze combinate come usa da noi, un amico di mio padre, un ricco commerciante. Non mi mancava nulla di materiale. E non sapevo che mi mancasse l’amore, perché questo sentimento non l’avevo mai provato.
All’alba, vedevo grandi imbarcazioni, cariche di merci, solcare il fiume e sognavo paesi lontani; pensavo a Roma, Parigi, Mosca, New York, di cui avevo letto nei libri. Le mie sorelle ed io avevamo studiato con un precettore, in casa, un vecchio parente che, il mattino, insegnava in scuole pubbliche. Eravamo state tenute lontane dal mondo. Solo nostro fratello era andato a Oxford a completare i suoi studi.
E questo mi fu fatale.
Fu la mia rovina.
La mia esistenza proseguiva lenta, senza scossoni, piatta, ma serena.
In assenza di mio marito, tornato dall’Inghilterra, mio fratello portò a casa nostra un suo amico inglese. Ci innamorammo.
Persi la testa.
Abdul ci scoprì.
Il resto lo sai già, conosci il seguito di questa storia di dolore.»
E, nel dire questo, Fatma si tolse la maschera, scoprendo un volto talmente sfigurato da impressionare persino l’autocontrollo di Helga, che non seppe trattenere un gemito, guardandola piena di inorridita compassione.
«Eppure, Carlo, che mi ha raccolta disperata, lungo la via, scacciata da tutti i miei di casa, come se fossi una cagna rognosa, ha avuto pena di me, mi ha raccolta, fatta curare e ora mi tiene con sé, con un affetto così tenero che è miele per le mie ferite.»
«E l’inglese?»
«Misteriosamente scomparso. Temo i miei l’abbiano fatto uccidere.»
Helga non riuscì a trattenere le lacrime.
I suoi dolori passati e presenti le apparvero quisquilie, piccinerie senza importanza.
In uno slancio improvviso e incontenibile, abbracciò l’amica.
La maschera tornò rapidamente su quel viso martoriato, e non fu mai più toccato l’argomento.
Grazia Giordani

 
scritto da Gardenia | 08:20 | commenti (27) | Torna su
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martedì, 27 ottobre 2009
 

Riflessioni
(seguito da "L'eco della montagna", "Helga", "Carlo", "Fatma")

Helga restò a lungo silenziosa, dopo le stupefacenti rivelazioni di Carlo.
Le ombre della sera tingevano di violetto il cielo; alberi e case si stagliavano scuri all’orizzonte, sotto il suo sguardo reso triste, anzi avvilito.
«Vorrei che diventaste amiche.»
«Sì.» – si limitò a rispondergli, sempre più consapevole del fatto che nella vita ci sono vincitori e vinti. Ora avrebbe dovuto reprimere quel suo interesse per Carlo, l’emozione, anzi l’eccitazione che lui riusciva a suscitare in lei; i progetti che aveva fatto. Due cottage vicini avrebbero favorito gli incontri; parlare con lui di letteratura l’affascinava, anche se trovava troppo complessa e tortuosa la sua cifra letteraria.
Oddio, lo ammirava tanto e non aveva capito che lui aveva già una compagna!
«Domani – se vuoi – verrò a conoscerla.»
Fu una notte dura, quella, per Helga.
Normalmente, i dolori si associano, hanno il potere di richiamarsi l’un l’altro all’appello, così la nuova delusione subita, inevitabilmente, le fece rivivere l’abbandono di Sandro. Nella sua sofferenza non vi era nulla di tragico, di disperato (non apparteneva certo alla razza di quelle donne che si sarebbero gettate giù dal Ponte del Diavolo, com’era accaduto ad alcune, lì in zona, per una delusione simile), il suo era un patimento sordo, un rovello interiore che lavorava sotto, come un male sottile.
Nella tarda mattinata dell’indomani, si avviò verso la casa di Carlo per conoscere Fatma.
Il sole non badava a spese, quel giorno, irrorando la vita intorno di una luce talmente violenta, da essere quasi offensiva. Almeno così a lei parve, ulcerata nel cuore com’era in quel momento. Eppure non perdeva il suo autocontrollo, quella calma apparente che la faceva sembrare molto “inglese” agli occhi del prossimo.
Carlo l’accolse con un abbraccio, più espansivo del solito, come se volesse farsi perdonare (ma cosa poi, visto che mai l’aveva corteggiata o illusa in qualche modo?), oppure desiderasse mascherare il suo momentaneo imbarazzo, sotto la maschera di un’eccessiva disinvoltura.
«Così sono entrambi mascherati – pensò amaramente – lei per la crudeltà del marito; lui per la situazione del momento…»
E ogni volta che Helga era attraversata da una considerazione acida, si meravigliava di se stessa.
La casa non presentava una stanza d’ingresso. Si entrava subito nel cuore dell’abitazione. Una camera vasta, arredata con mobili bassi di legno grezzo; pareti bianche; la nota di colore era data dai tappeti bellissimi.
«Vengono da Bagdad.»
Fatma comparve quasi subito.
Snella, dotata di un’eleganza naturale, indossava ancora un abito lungo, con un copricapo dello stesso colore.
Parlava piano, quasi sussurrando dietro lo schermo della maschera.
Si sedettero vicine.
Helga non osava quasi guardarla.
Provava un misto di pena e tenerezza per lei.
Accettò volentieri l’invito a pranzo.
Nel primo pomeriggio tornò a casa meno triste, in fondo contenta di averla conosciuta.

Grazia Giordani

scritto da Gardenia | 15:05 | commenti (21) | Torna su
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lunedì, 26 ottobre 2009
 

(seguito da "L'eco della montagna", "Helga", "Carlo")

Fatma

Arrivare in auto, inerpicandosi su per la ripida salita, e incontrare subito Carlo che pareva magicamente sbucar fuori dal nulla, divenne una piacevole consuetudine per Helga. Spesso si recavano insieme a passeggiare nei boschi, dove raccoglievano erbe e frutta selvatica. Camminavano accostati, senza sfiorarsi nemmeno, appagati dalla piacevolezza dello stare insieme. Finalmente, in tutta spontaneità, la rottura con Sandro, la delusione e la solitudine del dopo, erano venute a galla, nei discorsi di Helga, in maniera naturale, senza forzature. Carlo sapeva ascoltare e comprendere, ma non sollecitava, non incalzava con domande. Il racconto fluiva come un’acqua troppo lungamente soffocata da massi rocciosi, come un corso sotterraneo che si liberava venendo alla luce.
A sua volta, la discretissima Helga non gli rivolgeva domande personali. Parlavano molto del romanzo che Carlo stava scrivendo, una trama complessa, dostoevskijana, dentro cui vivevano personaggi problematici, pieni di rovelli interiori.
«Strano - pensò Helga, man mano che si dipanava il racconto - che un uomo tanto sereno, all’apparenza, crei situazioni e figure talmente contorte.»
Ma non disse nulla, non fece notare la cosa, non era da lei invadere la privacy del suo prossimo e questo suo grande riserbo, purtroppo talvolta poteva esser preso per freddezza.
Tra loro, dunque, solo un’amicizia serena. Eppure Helga si era messa a pensarlo più di quanto non volesse ammettere nemmeno con se stessa. Quando si salutavano, stringendosi la mano, sperava che quelle dita intrecciate restassero più a lungo congiunte, e una volta che la mano di Carlo le aveva tolto una foglia caduta sul suo volto, aveva trattenuto il fiato per una frazione di secondo, turbata dal tocco di quelle dita virili.
I fine settimana si avvicendavano sempre molto simili; era solo il mondo esterno a mutare. Si arrivò così alle vacanze estive. Helga portò con sé in montagna un bagaglio più consistente e una speranza più viva di un legame maggiormente intenso con quell’amico che andava occupando porzioni ormai vaste dei suoi pensieri.
Sì, lo pensava, ormai non riusciva più a nasconderlo a se stessa.
Per la strada, a volte, si illudeva di vederlo in uomini che gli somigliavano appena. In una libreria del centro, quando vide in vetrina un suo romanzo ristampato, corse ad acquistarlo e lo lesse con un’ansia che non le era propria, sperando di rubare – fra le righe – qualche frammento della sua interiorità, qualche spicchio del suo animo.
Era sempre lui ad andare a casa sua.
Stranamente, non le aveva mai contraccambiato un invito.
Solo una volta, l’aveva fatta entrare nel suo giardino, per offrirle la talea di un rosaio rampicante che lei aveva dato segno di ammirare.
La lettura del romanzo l’aiutò ben poco nell’intento che si era prefissa, e – a dire il vero – una scrittura così introflessa e una cifra letteraria tanto contorta, le procurava, se non noia, un po’ di sofferenza, perché amava libri più chiari e meno filosofeggianti.
Non avevano mai cenato insieme, ma una sera, tornati ormai all’imbrunire, da una delle loro passeggiate, timidamente, gli chiese se voleva dividere il pasto con le; «un risotto con i funghi che abbiamo appena raccolto» - precisò, quasi a mezza voce, in un sussurro – perché era molto imbarazzata.
Carlo l’aiutò a preparare la cena.
Aveva un modo tutto suo di disporre piatti e posate.
Mentre lei rimestava nel tegame, uscì fuori un attimo a raccogliere un mazzolino di fiori selvatici nel prato che poi dispose in un bicchiere; perfettamente in tinta con la tovaglia, diffusero nella stanza un aroma delicato, subito sopraffatto dall’odore dei funghi in cottura.
Fu una cena piacevole, anche se Carlo si dimostrò più silenzioso del solito.
Nel salutarla, ringraziandola, si chino a sfiorarle con un bacio la guancia e questo primo gesto di intimità, procurò ad Helga quasi un mancamento.

***

Il mattino dopo non lo vide, né sentì.
Era inquieta, ora si affacciava alla finestra, ora si sporgeva sull’uscio di casa.
Finalmente si decise ad uscire, sperando di incontrarlo.
Era una mattinata dal chiarore abbagliante.
Non ricordava di aver mai visto prima un sole tanto fulgido.
Il lago mandava lampi tra gli alberi, taglienti come lame acuminate.
La casa di Carlo le venne incontro; sembrava vuota, inanimata.
Le finestre erano socchiuse.
Attraverso la vetrata della veranda vide muoversi lentamente una figura femminile. Indossava un lungo abito fiorato, sormontato da un corsetto severo, senza scollatura; le mani erano scure; il volto coperto da una maschera.
Provò un brivido strano che assomigliava alla paura.
Fino a sera restò sola in casa, ripromettendosi di uscire dal suo riserbo, chiedendo notizie al suo amico, il più presto possibile, su quella strana visitatrice.
L’occasione si presentò l’indomani stesso.
«Ti ho vista ieri, nei pressi di casa mia e ho immaginato il tuo meravigliato imbarazzo; non ti avevo mai parlato di Fatma, perché è una storia dolorosa e difficile. L’ho conosciuta un anno fa ad Algeri. Porta una maschera in volto perché il marito, ritenendosi tradito, l’ha sfregiata col vetriolo Ho avuto pena della sua sorte.»

Grazia Giordani
 

scritto da Gardenia | 00:53 | commenti (27) | Torna su
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